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Devo ammetterlo: il mio giudizio (tendenzialmente negativo e di diffidenza) rispetto alla cultura giapponese è basato su stereotipi al limite del pregiudizio, Sicuramente su scarsa conoscenza, sostanzialmente ignoranza. Detto questo devo anche precisare e confessare che nulla mi spinge ad approfondire, ad andare oltre a superficiali impressioni. A ciascuno la propria storia ed il proprio modo di vivere. In fondo ci separano migliaia di chilometri, praticamente non abbiamo nulla da condividere a parte il pianeta sul quale conviviamo.
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Salvo occasionali approcci, magari sulla spinta della curiosità rispetto al grande interesse che invece mostrano i miei figli: se ai tempi della mia gioventù si giocava ai cow-boy contro gli indiani in attesa dell’uscita sul grande schermo dei primi spaghetti western, i miei ragazzi sono cresciuti con il puntiglio delle arti marziali. Che, mi insegnano, non sono uno sport, sono prima di tutto una filosofia di vita e di rispetto degli altri.
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I samurai? Violenti fascistelli: con le loro spade, non esitavano a mozzare il capo al primo contadino che, sventurato, semplicemente ne intralciava involontariamente il passo. Niente affatto, ribattono Fabrizio ed Edoardo in coro: <eroi solitari che combattono in base ad un preciso codice d’onore difendendo la tradizione e l’ordine>.
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Mah. Sia come sia, rivelata la mia inconciliabilità addirittura con i manga sia per i contenuti sia per quel modo anomalo di leggerli e sfogliarli da destra a sinistra, non riesco proprio a capire questo popolo che, per protestare contro il datore di lavoro, dichiara sciopero … oltre l’orario di lavoro e, se un dirigente d’azienda cambia fabbrica, le maestranze lo salutano in lacrime (scene ammirate in un filmato visto in Fiat negli anni ottanta).
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Stampa di Utagawa Kunisada
agaudi.wordpress.com/
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Confesso che addirittura non provo particolari emozioni neppure di fronte al gentil sesso con gli occhi a mandorla. Forse perché non ho mai avuto occasione di scambiare nemmeno quattro chiacchiere con un fiore del sol levante ma davvero la vista d’una di loro non genera alcun interesse e la mia libido, lasciandomi esterefatto, resta tranquilla a dormir di sonno profondo in attesa del passaggio di certe bolognesi, mantovane, napoletane, parigine, ucraine o di qualche principessa mexicana, afrocubana, tahitiana.
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Stampa di Utagawa Kunisada
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Sia chiaro, però: non si tratta di repulsione in senso assoluto. Semplicemente, diversità. Di visione, di gusti, di orientamenti. Non si nega dunque la possibilità di approcci, di incontri e, questi, possono anche rivelarsi interessanti, gradevoli, ma poi alla fine ciascuno riprende la propria strada lungo sentieri divergenti.
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Come può essere la visione di film carichi di poesia (“Primavera, estate, autunno, ancora primavera” del regista Kim Ki Duk [che invero sarebbe coreano, ma non si pretenda da me distinzione]) oppure l’incappare in una qualche mostra con un certo tempo a disposizione.
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Stampa di Utagawa Kunisada
w00.middlebury.edu/
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Come, appunto, è successo venerdi scorso in quel di Bologna quando, arrivando alle spalle di piazza Maggiore (per l’esattezza in via dell’Archiginnasio), sono “incappato” in una mostra di stampe giapponesi del XIX secolo, “Estro e Splendore”, appunto.
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Assolutamente interessante, di grande impatto visivo. Ferma restando, devo ripetermi confermando, la diversità, l’assoluta estraneità dell’arte e della visione orientale rispetto alla cultura, alle abitudini, al comune sentire del mondo occidentale, il mio mondo.
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Concluso il percorso della mostra alle ore 14.30 Bologna mi ha di nuovo accolto nelle sue strade. Per andare in stazione. A piedi. Causa sciopero dei trasporti locali e i bolognesi non sono giapponesi, di pullman nemmeno l’ombra, qui si sciopera in orario di lavoro e chi non sciopera è un crumiro, additato al pubblico dissenso. In altre parole, il mio grande bellissimo meraviglioso insostituibile Paese di santi, poeti, artisti, navigatori, scioperanti e scioperati. Che non cambierei per nulla al mondo.
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