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Romanzo d’esordio con tanto di benedizione in quarta di copertina da parte dell’affermato Andrea Vitali, ivi comprese le palesi similitudini nello stile mancando tuttavia quel gusto al pettegolezzo goliardico da piccolo paese tipico dello scrittore di Bellano in quel di riva del Lago di Como. Calzana, che pure non manca di un suo spirito grottesco con ampio spazio all’ironia, è invece legato alle origini bergamasche, ovvero ad una maggior compostezza formale tipica delle popolazioni di città che si ritengono e cercano d’essere d’un altro stile. Un vero peccato perché la vicenda della famiglia del Conte Salani seguita lungo un percorso che coinvolge tre generazioni è sicuramente gustosa ma non raggiunge le vette che potremmo immaginare in uscita dalla penna di Vitali. Del resto se il maestro ha avuto tempo ed occasioni per sviluppare l’esperienza e lo stile, l’allievo all’esordio non poteva andare oltre, né potevamo attendere e pretendere altro se non una lettura e uno sviluppo della vicenda più che coinvolgente, briosa, spumeggiante (ancorché con qualche caduta di ritmo). Ecco dunque che, nelle prime pagine del racconto, facciamo la conoscenza con il Conte Angelo Salani. Sul letto di morte, giorno del Signore 15 dicembre 1988. Con al fianco l’amico d’infanzia Luigi Previstali, don Luigi per santa madre Chiesa. Costernato. Perché è vero che quando la falce arriva arriva, ma la morte di un amico è pur sempre un fatto doloroso, pensa don Luigi. Ma se così è, cosa avrà mai da sorridere, il cadavere del Conte, legatissimo all’allegria della vita per tutta quella vita che lo aveva visto scapestrato, puttaniere di vaglia, biscazziere da favola, padre giammai in esercizio. Duecentotre pagine per scoprirlo e, forse, per sorridere a nostra volta alla vita. Quella d’allegria.
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[ “Bar de le Folie Berger”, di Eduard Manet ]
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